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P R E F A Z I O N E La salvaguardia del territorio, possibile anche attraverso la sua
conoscenza, è certamente un obiettivo condiviso da molti.
Un impegno in questa direzione può essere assunto in vario modo. Il
Circolo Fotografico Culturale ATHESIS per festeggiare il VENTENNALE
della fondazione, con la collaborazione della Casa Editrice Linea AGS
edizioni, intende contribuire con una pubblicazione in sintonia con
l’indirizzo culturale che lo ha contraddistinto per i suoi due decenni
di vita: documentazione espressiva del territorio e recupero di
vecchie immagini. Non essendo quella fotografica l’unica attività, pur
costituendo la principale, l’Athesis propone in questa pubblicazione,
anche la riproduzione di alcune opere grafico-pittoriche ed un
consistente lavoro di raccolta della parlata del territorio sul quale
opera.
La proposta che viene fatta con questa pubblicazione, non è di
campanilismo territoriale, né espressione di rimpianto: è
un’operazione che dovrebbe servire a richiamare l’attenzione sulle
cose belle e buone che ci circondano e per dare uno strumento a chi
intende conoscere più a fondo la nostra cultura.
Il lavoro sulla lingua non è un prodotto scientifico: è piuttosto
un’opera artigianale che ci si augura possa essere continuamente
arricchita per cercare di completarla con la parlata peculiare delle
singole località.
Il dialetto veneto, o la lingua veneta, nel nostro territorio è
parlata dalla stragrande maggioranza delle persone: non tutti però si
rendono conto che tenerla in considerazione è segno di cultura e non
di ignoranza.
La collaborazione di più persone, che hanno radici profonde nel luogo
in cui sono nate e/o vi operano culturalmente, ha fatto sì che il
lavoro risulti particolarmente sentito, anche emotivamente. Ha
permesso altresì di proporre le varianti di diverse parole che anche a
distanza di pochi chilometri hanno sfumature o significati diversi.
Per la lingua abbiamo ritenuto opportuna la traduzione in italiano; le
immagini si dovrebbero prestare infatti ad una lettura, se non più
semplice, certamente più immediata. Speriamo quindi che sappiano
parlare al cuore e all’intelligenza delle persone.
Quello proposto non è un itinerario turistico, una guida per una gita,
vuole essere un’escursione non guidata, ma suggerita, su un territorio
che dai Colli Euganei va verso il Delta del Po. Volutamente è stata
omessa l’indicazione della località di ripresa sia perché le immagini
possano essere considerate astrazione di caratteristiche comuni, sia
per stimolare il lettore ad una ricerca in proprio su una zona che non
è vastissima.
Nelle immagini troviamo PERSONE forse apparentemente sole, ma con la
dignità di chi è vissuto per tanti anni a diretto contatto con la
propria terra dedicando ad essa le proprie braccia con la stessa
determinazione con la quale ha rivolto al Cielo la propria supplica.
In seguito ci si presenta la CAMPAGNA, con le CASE e le VILLE a volte
con evidenti segni di abbandono, gli SCORCI RURALI dal fascino antico
anche grazie all’intervento dell’uomo rivelatosi discreto. In seguito
ci immergiamo nella SERA con i suoi colori suggestivamente poetici sia
per illuminazione naturale che artificiale. Successivamente troviamo i
CORSI D’ACQUA con particolari atmosfere, il DELTA del PO e i COLLI
EUGANEI che sono di indubbio e particolare richiamo anche per la FLORA
e la FAUNA molto significativa. Un accenno alla forza e alla
tradizione la troviamo in alcune immagini di RUGBY che introducono il
tema dei BAMBINI, che degustano un prodotto della loro terra, ti
guardano incuriositi, giocano con il cielo e insieme si incamminano
verso il futuro, per un sentiero non rettilineo, ma si spera colmo di
tante belle sorprese che una vita in simbiosi con la natura può dare.
Dopo l’intermezzo di alcune OPERE GRAFICHE e PITTORICHE, la parte
iconografica si conclude con la proposta di VECCHIE IMMAGINI,
soprattutto di inizio secolo, dei centri abitati della zona. I comuni
sono presentati in ordine alfabetico, senza distinguere tra le due
provincie di Padova e Rovigo, che solo a livello amministrativo sono
entità diverse. L’Adige non ha costituito barriera perché traghetti,
barche di passo e ponti hanno da sempre permesso l’integrazione di usi
e costumi come la stessa lingua presentata e le immagini testimoniano.
Diversità certamente ce ne sono, ma queste sono più motivo di unione
che di divisione.
Così come per la lingua, anche le immagini non costituiscono un lavoro
didascalico sul territorio. Oggettivamente la Bassa Padovana ed il
Polesine sono ben altra cosa rispetto a quanto potrebbero far supporre
le immagini presentate. La scelta non è stata quella di realizzare una
carrellata completa sulla complessa realtà sociale e culturale del
territorio, ma di riferirsi soprattutto a quello che resta della sua
ruralità. La nostra zona non è, né retrograda come certe immagini
potrebbero far supporre, né idilliaca come altre suggeriscono. E’ un
territorio che vive situazioni sociali, culturali ed economiche come
tanti altri.
Il succo del messaggio proposto è quello del Cao del zhucàro che non
si sposta molto dalle sue radici, però, lentamente e avendo tutta la
calma necessaria per guardarsi sempre attentamente attorno, si
sviluppa contribuendo alla maturazione di grosse zhuche.
Questa pubblicazione è dedicata ai nostri Cari scomparsi, parenti ed
amici: in particolar modo ricordiamo Franco Frasson e Livio Ferrari.
I Curatori
CONCORDI
MENSILE DELL’ACCADEMIA DEI CONCORDI DI ROVIGO - MAGGIO 1998 ANN0 VII -
n. 5 R E C E N S I O N I
CULTURA LOCALE: LA SALVAGUARDIA DI UN PATRIMONIO
El cao del zhucàro dal veneto all’italiano, a cura di Graziano e Micol
Zanin, Linea AGS edizioni, Stanghella 1997, pp. 283 con numerose
fotografie.
Il Circolo Fotografico Culturale Athesis, in sintonia con le proprie
finalità, per festeggiare il ventennale della fondazione ha promosso
la pubblicazione di questo volume (sarà disponibile anche su Cd-Rom),
editorialmente ben curato, finalizzato a documentare il dialetto e a
recuperare le immagini del territorio che va dai Colli Euganei al
Delta del Po.
Il titolo merita una spiegazione, esposta dai curatori nella
Prefazione: «Il succo del messaggio proposto è quello del Cao del
zhucàro che non si sposta molto dalle sue radici, però, lentamente e
avendo tutta la calma necessaria per guardarsi sempre attentamente
attorno, si sviluppa contribuendo alla maturazione di grosse zhuche»
(p. 9).
In tutto il libro, dunque, si respira la fedeltà alle origini, la
saldezza in ataviche convinzioni, il desiderio della continuità, la
difesa dei valori di antiche tradizioni, la riscoperta di una saggezza
terra terra, pratica e concreta, tipica di quel sano mondo contadino,
dai ritmi lenti e cadenzati, che con distacco e un pizzico di
diffidenza sa comprendere la realtà circostante in vertiginosa
evoluzione, fingendo disinteresse e prudentemente tenendosene lontano
quel tanto che basta per non subire un processo di straniamento.
Viene ribadito che il volume, più che offrire «una carrellata... sulla
complessa realtà sociale e culturale» della Bassa Padovana e del
Polesine, vuole «riferirsi soprattutto a quello che resta della...
ruralità» delle due aree che l’Adige “riga” ma non divide, piuttosto
unisce e integra. Nella lettura e consultazione dell’opera la nostra
curiosità è come se fosse attratta da un documentario antropologico su
costumanze, tradizioni, detti, proverbi, formule-gioco o augurali,
indovinelli, scioglilingua, filastrocche, cantilene, “girotondi”,
canzoni popolari, modi di dire (nei vari lemmi, passim, se ne può
trovare un «destermìnio», una «sporzilà»: per questi vocaboli vd.
rispettivamente pp. 78, 233, s. v.). Sfogliando le pagine si percorre
un viaggio a ritroso nel tempo, il tempo categoriale e immodificabile
della memoria, fissato su uno sfondo di gestualità e parole ormai
difficilmente attingibili, cariche di rimpianto, di nostalgia, di
struggimento: insomma un libro che è una «magnògnola» (p. 142, s. v.;
vd. anche p. 154, s. v. megnògnola) ruvida e affettuosa, un «momón»
(p. 158, s. v.) «brómbo» (p. 34, s. v.) di segreti e piacevolezze da
lasciare l’animo pieno di «maravéja» (p. 147, s. v.) e «contentessa»
(p. 62, s. v.).
Sempre nella Prefazione (pp. 7-8) gli autori affermano, onestamente,
che il loro «lavoro sulla lingua non è un prodotto scientifico» (a chi
volesse approfondire le conoscenze sulla parlata veneta si
suggeriscono alcuni “strumenti” fondamentali: vd. Nota di p. 9), ma
«un’opera artigianale», alla quale hanno partecipato più persone (vd.
elenco a p. 5) che «hanno radici profonde nel luogo in cui sono nate»
e, perciò, si sono sentite coinvolte culturalmente ed emotivamente
nell’“impresa”.
Il dialetto - questo dialetto che è uno dei tanti modi in cui si
declina la lingua veneta - va salvaguardato; tenerlo in considerazione
«è segno di cultura e non di ignoranza» e la sua obliterazione
comporterebbe una cancellazione della nostra identità profonda, della
nostra “memoria collettiva”, del nostro piccolo universo storico.
Il vocabolario “dialettale”, che è concepito dai curatori come “work
in progress” (pp. 7, 9), spesso tiene presenti le varianti di parole
che «anche a distanza di pochi chilometri hanno sfumature o
significati diversi».
Per la parte linguistica un consistente e approfondito contributo si
deve a Gianni Sparapan che ha messo a disposizione numerosi modi di
dire e l’Appendice grammaticale intitolata El nostro parlare (pp.
271-283).
A scorrere il patrimonio linguistico della Bassa Padovana e di una
buona fetta del Polesine si rimane colpiti da un mondo che non si fa
inutili illusioni e tuttavia, senza eccedere in pessimismo, sa
prendere le cose con una buona dose di ironia. Sarà facile per il
lettore rintracciare le varie “chicche” di saggezza popolare. Ecco un
“campione” minimo. L’uomo ha una sua intrinseca doppiezza e non
ammette neppure l’evidenza in vista del proprio tornaconto: «no’l dirà
mai paja bona!» (pp. 29, 32, s. v. bòn/a; vd. anche p. 79, s. v. dìre).
Come dappertutto vige la legge del più forte e deve pagare il debole:
«bòcia, mi cago e ti pòcia» (p. 29, s. v. bòcia); «piove sempre sul
copo pì picolo» (p. 63, s. v. cópo). Contano solo ricchezza e soldi: «vàrdalo
ben / vàrdalo tuto / l’omo senza schei / quanto che l’è bruto!» (p.
256, s. v. vardare), che non è altro che la volgarizzazione o
imitazione del celebre adagio latino: «Homo sine pecunia imago mortis».
L’egoismo e l’antisolidarismo sono, a volte, connaturati in chi deve
fare i conti con una dura quotidianità: «del too dàmene, del mio no
stare a domandàrmene!» (p 79, s. v. domandare; vd. anche p. 251, s. v.
tóo). Spesso il dialetto si colora di una terminologia rude, greve,
coprolalica, ma che non accoglie in sé alcuna degenerazione, violenza,
devianza. Basta un esempio: «la merda se taca al baìle, la situazione
si complica» (p. 22, s. v. baìle). La vita è dura e va affrontata con
sacrificio per riuscire a raggiungere i risultati desiderati: «chi ga
paura de sponciàrse no rancùra rose» (p. 233, s. v. sponciàre,
spunciàre). Ma non si arriva mai all’esasperazione e, alla fin fine,
bisogna saper vivere e non tormentarsi più di tanto: «i pensieri e’ li
mete tuti in ponta al cuco e li manda in mona» (p. 67, s. v. cuco).
Ma il volume non si esaurisce nella parte lessicografica; un ruolo
essenziale - di integrazione dei valori espressi nel vocabolario -
assume l’apparato iconografico che non ha, quindi, una mera funzione
di abbellimento esteriore.
Spesso la scelta delle figure sembra volersi collocare in una
dimensione lirica, obbedire ad uno stile alto, sottostare ad una
poetica di rigorosa selezione del reale, quasi ponendosi in felice e
gradevole contrappunto con le opzioni linguistiche fortemente
mescidate di naturalistica corporeità.
Pure la realizzazione dell’“arredo” illustrativo ha comportato
l’impegno di molti collaboratori (vd. elenco a p. 5), tra i quali
emergono Giovanni Casna e Antonello Zambon.
Le immagini - se si eccettuano le fotografie d’epoca - sono
volutamente prive di didascalie. In effetti esse, anche se
rappresentano “situazioni reali”, sono espressione di stati d’animo,
paesaggi dell’anima, momenti simbolici della condizione umana, nature
còlte nei loro elementi ontologici, luoghi come contemplati per la
prima volta nella loro originaria freschezza, panorami che parlano
prima al cuore e poi sono anche una festa per gli occhi.
In particolare piace richiamare l’attenzione sui seguenti soggetti:
interni domestici di vecchie case con proprietari e inquilini quasi
scolpiti nella loro austera e statuaria posa fotografica (pp. 11,
14-15, 20-21, 26); torri e castelli da romanzi gotici (pp. 80-81); il
rogo “rituale” dei tramonti (pp. 84, 112); il puro e morbido profilo
delle colline che sorgono da un lago di nebbia (p. 113); ciuffi
d’erba, fiumi, argini, canneti, tranquille lagune (pp. 92, 97,
100-101, 104, 108); acque livide, limacciose, acherontee (p. 93);
casolari abbandonati e diruti (pp. 57, 64, 68); alberi spogli,
solitari, dai rami nodosi e attorti (pp. 60, 85); l’enigmatica
proiezione dell’ombra di un fusto d’albero (p. 65); fughe di pioppeti
(p. 73); rigide, ispide e arabescate geometrie di arbusti, sterpi e
rovi (pp. 57, 113); la sapiente architettura di parchi, giardini,
ville venete (pp. 76-77, 117); il calore e il “sudore” delle campagne
coltivate (pp. 49, 52-53); nebbie surreali e sfilacciate che avvolgono
fattorie e campi (p. 96; distese verdi (p. 69), fiorite (p. 72),
innevate (p. 105).
In alcuni casi sembra di trovarci di fronte a veri e propri quadri di
pittori impressionisti, a guazzi e olî paesistici di intenso
cromatismo (pp. 57, 68, 93), a uno “stregonesso” di pittura simbolista
e metafisica (pp. 112-113).
Le foto (p. 48), che riprendono soci del Gruppo Archeologico di
Villadose impegnati nella ricerca archeologica di superficie, ci
informano su uno dei momenti maggiormente significativi di “fare
cultura” nell’ottica della predilezione per lo studio del territorio.
Il libro è una riprova che la cosiddetta cultura locale - se sostenuta
da attenta sensibilità - è un fattore non di chiusura ma di apertura
intellettuale per chi la coltiva e la promuove, produce occasioni di
creatività e di sperimentazione, apre a specificità originali e rarità
deliziose che risvegliano nel lettore interessi, curiosità e gusti
lontani dai soliti circuiti indotti dalla omologazione
massmediologica. Enrico Zerbinati |