E L   C A O   D E L    Z U C A R O

COD: 0035

Autore: Graziano Zanin & Micol Zanin

Formato: 17x24 cm

Pagine: 205

Anno: Dicembre 1999

Prezzo: € 30

Disponibilità: SI     

   

P R E F A Z I O N E

La salvaguardia del territorio, possibile anche attraverso la sua conoscenza, è certamente un obiettivo condiviso da molti.
Un impegno in questa direzione può essere assunto in vario modo. Il Circolo Fotografico Culturale ATHESIS per festeggiare il VENTENNALE della fondazione, con la collaborazione della Casa Editrice Linea AGS edizioni, intende contribuire con una pubblicazione in sintonia con l’indirizzo culturale che lo ha contraddistinto per i suoi due decenni di vita: documentazione espressiva del territorio e recupero di vecchie immagini. Non essendo quella fotografica l’unica attività, pur costituendo la principale, l’Athesis propone in questa pubblicazione, anche la riproduzione di alcune opere grafico-pittoriche ed un consistente lavoro di raccolta della parlata del territorio sul quale opera.
La proposta che viene fatta con questa pubblicazione, non è di campanilismo territoriale, né espressione di rimpianto: è un’operazione che dovrebbe servire a richiamare l’attenzione sulle cose belle e buone che ci circondano e per dare uno strumento a chi intende conoscere più a fondo la nostra cultura.
Il lavoro sulla lingua non è un prodotto scientifico: è piuttosto un’opera artigianale che ci si augura possa essere continuamente arricchita per cercare di completarla con la parlata peculiare delle singole località.
Il dialetto veneto, o la lingua veneta, nel nostro territorio è parlata dalla stragrande maggioranza delle persone: non tutti però si rendono conto che tenerla in considerazione è segno di cultura e non di ignoranza.
La collaborazione di più persone, che hanno radici profonde nel luogo in cui sono nate e/o vi operano culturalmente, ha fatto sì che il lavoro risulti particolarmente sentito, anche emotivamente. Ha permesso altresì di proporre le varianti di diverse parole che anche a distanza di pochi chilometri hanno sfumature o significati diversi.
Per la lingua abbiamo ritenuto opportuna la traduzione in italiano; le immagini si dovrebbero prestare infatti ad una lettura, se non più semplice, certamente più immediata. Speriamo quindi che sappiano parlare al cuore e all’intelligenza delle persone.
Quello proposto non è un itinerario turistico, una guida per una gita, vuole essere un’escursione non guidata, ma suggerita, su un territorio che dai Colli Euganei va verso il Delta del Po. Volutamente è stata omessa l’indicazione della località di ripresa sia perché le immagini possano essere considerate astrazione di caratteristiche comuni, sia per stimolare il lettore ad una ricerca in proprio su una zona che non è vastissima.
Nelle immagini troviamo PERSONE forse apparentemente sole, ma con la dignità di chi è vissuto per tanti anni a diretto contatto con la propria terra dedicando ad essa le proprie braccia con la stessa determinazione con la quale ha rivolto al Cielo la propria supplica. In seguito ci si presenta la CAMPAGNA, con le CASE e le VILLE a volte con evidenti segni di abbandono, gli SCORCI RURALI dal fascino antico anche grazie all’intervento dell’uomo rivelatosi discreto. In seguito ci immergiamo nella SERA con i suoi colori suggestivamente poetici sia per illuminazione naturale che artificiale. Successivamente troviamo i CORSI D’ACQUA con particolari atmosfere, il DELTA del PO e i COLLI EUGANEI che sono di indubbio e particolare richiamo anche per la FLORA e la FAUNA molto significativa. Un accenno alla forza e alla tradizione la troviamo in alcune immagini di RUGBY che introducono il tema dei BAMBINI, che degustano un prodotto della loro terra, ti guardano incuriositi, giocano con il cielo e insieme si incamminano verso il futuro, per un sentiero non rettilineo, ma si spera colmo di tante belle sorprese che una vita in simbiosi con la natura può dare. Dopo l’intermezzo di alcune OPERE GRAFICHE e PITTORICHE, la parte iconografica si conclude con la proposta di VECCHIE IMMAGINI, soprattutto di inizio secolo, dei centri abitati della zona. I comuni sono presentati in ordine alfabetico, senza distinguere tra le due provincie di Padova e Rovigo, che solo a livello amministrativo sono entità diverse. L’Adige non ha costituito barriera perché traghetti, barche di passo e ponti hanno da sempre permesso l’integrazione di usi e costumi come la stessa lingua presentata e le immagini testimoniano. Diversità certamente ce ne sono, ma queste sono più motivo di unione che di divisione.
Così come per la lingua, anche le immagini non costituiscono un lavoro didascalico sul territorio. Oggettivamente la Bassa Padovana ed il Polesine sono ben altra cosa rispetto a quanto potrebbero far supporre le immagini presentate. La scelta non è stata quella di realizzare una carrellata completa sulla complessa realtà sociale e culturale del territorio, ma di riferirsi soprattutto a quello che resta della sua ruralità. La nostra zona non è, né retrograda come certe immagini potrebbero far supporre, né idilliaca come altre suggeriscono. E’ un territorio che vive situazioni sociali, culturali ed economiche come tanti altri.
Il succo del messaggio proposto è quello del Cao del zhucàro che non si sposta molto dalle sue radici, però, lentamente e avendo tutta la calma necessaria per guardarsi sempre attentamente attorno, si sviluppa contribuendo alla maturazione di grosse zhuche.

Questa pubblicazione è dedicata ai nostri Cari scomparsi, parenti ed amici: in particolar modo ricordiamo Franco Frasson e Livio Ferrari.

I Curatori

CONCORDI
MENSILE DELL’ACCADEMIA DEI CONCORDI DI ROVIGO - MAGGIO 1998 ANN0 VII - n. 5

R E C E N S I O N I

CULTURA LOCALE:  LA SALVAGUARDIA  DI UN PATRIMONIO

El cao del zhucàro dal veneto all’italiano, a cura di Graziano e Micol Zanin, Linea AGS edizioni, Stanghella 1997, pp. 283 con numerose fotografie.

Il Circolo Fotografico Culturale Athesis, in sintonia con le proprie finalità, per festeggiare il ventennale della fondazione ha promosso la pubblicazione di questo volume (sarà disponibile anche su Cd-Rom), editorialmente ben curato, finalizzato a documentare il dialetto e a recuperare le immagini del territorio che va dai Colli Euganei al Delta del Po.
Il titolo merita una spiegazione, esposta dai curatori nella Prefazione: «Il succo del messaggio proposto è quello del Cao del zhucàro che non si sposta molto dalle sue radici, però, lentamente e avendo tutta la calma necessaria per guardarsi sempre attentamente attorno, si sviluppa contribuendo alla maturazione di grosse zhuche» (p. 9).
In tutto il libro, dunque, si respira la fedeltà alle origini, la saldezza in ataviche convinzioni, il desiderio della continuità, la difesa dei valori di antiche tradizioni, la riscoperta di una saggezza terra terra, pratica e concreta, tipica di quel sano mondo contadino, dai ritmi lenti e cadenzati, che con distacco e un pizzico di diffidenza sa comprendere la realtà circostante in vertiginosa evoluzione, fingendo disinteresse e prudentemente tenendosene lontano quel tanto che basta per non subire un processo di straniamento.
Viene ribadito che il volume, più che offrire «una carrellata... sulla complessa realtà sociale e culturale» della Bassa Padovana e del Polesine, vuole «riferirsi soprattutto a quello che resta della... ruralità» delle due aree che l’Adige “riga” ma non divide, piuttosto unisce e integra. Nella lettura e consultazione dell’opera la nostra curiosità è come se fosse attratta da un documentario antropologico su costumanze, tradizioni, detti, proverbi, formule-gioco o augurali, indovinelli, scioglilingua, filastrocche, cantilene, “girotondi”, canzoni popolari, modi di dire (nei vari lemmi, passim, se ne può trovare un «destermìnio», una «sporzilà»: per questi vocaboli vd. rispettivamente pp. 78, 233, s. v.). Sfogliando le pagine si percorre un viaggio a ritroso nel tempo, il tempo categoriale e immodificabile della memoria, fissato su uno sfondo di gestualità e parole ormai difficilmente attingibili, cariche di rimpianto, di nostalgia, di struggimento: insomma un libro che è una «magnògnola» (p. 142, s. v.; vd. anche p. 154, s. v. megnògnola) ruvida e affettuosa, un «momón» (p. 158, s. v.) «brómbo» (p. 34, s. v.) di segreti e piacevolezze da lasciare l’animo pieno di «maravéja» (p. 147, s. v.) e «contentessa» (p. 62, s. v.).
Sempre nella Prefazione (pp. 7-8) gli autori affermano, onestamente, che il loro «lavoro sulla lingua non è un prodotto scientifico» (a chi volesse approfondire le conoscenze sulla parlata veneta si suggeriscono alcuni “strumenti” fondamentali: vd. Nota di p. 9), ma «un’opera artigianale», alla quale hanno partecipato più persone (vd. elenco a p. 5) che «hanno radici profonde nel luogo in cui sono nate» e, perciò, si sono sentite coinvolte culturalmente ed emotivamente nell’“impresa”.
Il dialetto - questo dialetto che è uno dei tanti modi in cui si declina la lingua veneta - va salvaguardato; tenerlo in considerazione «è segno di cultura e non di ignoranza» e la sua obliterazione comporterebbe una cancellazione della nostra identità profonda, della nostra “memoria collettiva”, del nostro piccolo universo storico.
Il vocabolario “dialettale”, che è concepito dai curatori come “work in progress” (pp. 7, 9), spesso tiene presenti le varianti di parole che «anche a distanza di pochi chilometri hanno sfumature o significati diversi».
Per la parte linguistica un consistente e approfondito contributo si deve a Gianni Sparapan che ha messo a disposizione numerosi modi di dire e l’Appendice grammaticale intitolata El nostro parlare (pp. 271-283).
A scorrere il patrimonio linguistico della Bassa Padovana e di una buona fetta del Polesine si rimane colpiti da un mondo che non si fa inutili illusioni e tuttavia, senza eccedere in pessimismo, sa prendere le cose con una buona dose di ironia. Sarà facile per il lettore rintracciare le varie “chicche” di saggezza popolare. Ecco un “campione” minimo. L’uomo ha una sua intrinseca doppiezza e non ammette neppure l’evidenza in vista del proprio tornaconto: «no’l dirà mai paja bona!» (pp. 29, 32, s. v. bòn/a; vd. anche p. 79, s. v. dìre). Come dappertutto vige la legge del più forte e deve pagare il debole: «bòcia, mi cago e ti pòcia» (p. 29, s. v. bòcia); «piove sempre sul copo pì picolo» (p. 63, s. v. cópo). Contano solo ricchezza e soldi: «vàrdalo ben / vàrdalo tuto / l’omo senza schei / quanto che l’è bruto!» (p. 256, s. v. vardare), che non è altro che la volgarizzazione o imitazione del celebre adagio latino: «Homo sine pecunia imago mortis». L’egoismo e l’antisolidarismo sono, a volte, connaturati in chi deve fare i conti con una dura quotidianità: «del too dàmene, del mio no stare a domandàrmene!» (p 79, s. v. domandare; vd. anche p. 251, s. v. tóo). Spesso il dialetto si colora di una terminologia rude, greve, coprolalica, ma che non accoglie in sé alcuna degenerazione, violenza, devianza. Basta un esempio: «la merda se taca al baìle, la situazione si complica» (p. 22, s. v. baìle). La vita è dura e va affrontata con sacrificio per riuscire a raggiungere i risultati desiderati: «chi ga paura de sponciàrse no rancùra rose» (p. 233, s. v. sponciàre, spunciàre). Ma non si arriva mai all’esasperazione e, alla fin fine, bisogna saper vivere e non tormentarsi più di tanto: «i pensieri e’ li mete tuti in ponta al cuco e li manda in mona» (p. 67, s. v. cuco).
Ma il volume non si esaurisce nella parte lessicografica; un ruolo essenziale - di integrazione dei valori espressi nel vocabolario - assume l’apparato iconografico che non ha, quindi, una mera funzione di abbellimento esteriore.
Spesso la scelta delle figure sembra volersi collocare in una dimensione lirica, obbedire ad uno stile alto, sottostare ad una poetica di rigorosa selezione del reale, quasi ponendosi in felice e gradevole contrappunto con le opzioni linguistiche fortemente mescidate di naturalistica corporeità.
Pure la realizzazione dell’“arredo” illustrativo ha comportato l’impegno di molti collaboratori (vd. elenco a p. 5), tra i quali emergono Giovanni Casna e Antonello Zambon.
Le immagini - se si eccettuano le fotografie d’epoca - sono volutamente prive di didascalie. In effetti esse, anche se rappresentano “situazioni reali”, sono espressione di stati d’animo, paesaggi dell’anima, momenti simbolici della condizione umana, nature còlte nei loro elementi ontologici, luoghi come contemplati per la prima volta nella loro originaria freschezza, panorami che parlano prima al cuore e poi sono anche una festa per gli occhi.
In particolare piace richiamare l’attenzione sui seguenti soggetti: interni domestici di vecchie case con proprietari e inquilini quasi scolpiti nella loro austera e statuaria posa fotografica (pp. 11, 14-15, 20-21, 26); torri e castelli da romanzi gotici (pp. 80-81); il rogo “rituale” dei tramonti (pp. 84, 112); il puro e morbido profilo delle colline che sorgono da un lago di nebbia (p. 113); ciuffi d’erba, fiumi, argini, canneti, tranquille lagune (pp. 92, 97, 100-101, 104, 108); acque livide, limacciose, acherontee (p. 93); casolari abbandonati e diruti (pp. 57, 64, 68); alberi spogli, solitari, dai rami nodosi e attorti (pp. 60, 85); l’enigmatica proiezione dell’ombra di un fusto d’albero (p. 65); fughe di pioppeti (p. 73); rigide, ispide e arabescate geometrie di arbusti, sterpi e rovi (pp. 57, 113); la sapiente architettura di parchi, giardini, ville venete (pp. 76-77, 117); il calore e il “sudore” delle campagne coltivate (pp. 49, 52-53); nebbie surreali e sfilacciate che avvolgono fattorie e campi (p. 96; distese verdi (p. 69), fiorite (p. 72), innevate (p. 105).
In alcuni casi sembra di trovarci di fronte a veri e propri quadri di pittori impressionisti, a guazzi e olî paesistici di intenso cromatismo (pp. 57, 68, 93), a uno “stregonesso” di pittura simbolista e metafisica (pp. 112-113).
Le foto (p. 48), che riprendono soci del Gruppo Archeologico di Villadose impegnati nella ricerca archeologica di superficie, ci informano su uno dei momenti maggiormente significativi di “fare cultura” nell’ottica della predilezione per lo studio del territorio.
Il libro è una riprova che la cosiddetta cultura locale - se sostenuta da attenta sensibilità - è un fattore non di chiusura ma di apertura intellettuale per chi la coltiva e la promuove, produce occasioni di creatività e di sperimentazione, apre a specificità originali e rarità deliziose che risvegliano nel lettore interessi, curiosità e gusti lontani dai soliti circuiti indotti dalla omologazione massmediologica.

Enrico Zerbinati